Concorso poesia dialettale Giorgio Roberti
Nel 2003 il comune di Petrella Salto ha apposto una targa in memoria di Giorgio Roberti (all’anagrafe Giuseppe), sulle mura della casa della mamma, Clelia Caprioli,a Offeio: “In questa casa materna immersa in una natura straordinaria, amava rifugiarsi per riposare e per trovare ispirazione alla propria vena poetica". Alla cerimonia hanno partecipato i suoi amici e colleghi del Centro Romanesco Trilussa, che hanno declamato alcune sue poesie. Il comune e il Centro hanno istituzionalizzato il premio di poesia in dialetto reatino e romanesco Giorgio Roberti con il quale il centro apre ogni anno ufficialmente i propri lavori.“Com’è che te sei fatto catturà?”, /chiesi a un ladraccio. E quello: “Pare strano/ ma adesso, quanno rubbo,/ me tremeno le mano…” E’ forze pentimento?”. “No, è l’età!” e ancora: ”L’ape c’ha dato er miele/e la cicuta er fiele/ma un giorno un eremita/impastò le du’ cose/cor profumo de rose/e ce fece l’essenza de’ la vita”. A proposito della “creazzione”: “S’è acceso, ha fatto luce/ e s’è smorzato. /Er fiammifero è un monno!/ Resta inteso/che Quarcuno l’ha acceso”. Queste alcune sue brevi poesie che rendono l'idea della profondità, ironia, semplicità che lo caratterizzavano.Funzionario dell’anagrafe di Roma, a proposito del suo lavoro scriveva: “ Spesso in un mare de burocrazzia me travorge un’ondata de problemi. Ma ar punto che me sfuggheno li remi m’acchiappo a un sarvaggente: la poesia!”. Il primo ad apprezzare i suoi scritti fu proprioTrilussa, che lo conobbe all’età di 14 anni e lo incoraggiò a continuare. Roberti ha fondato il Centro Romanesco Trilussa e l’Accademia Trilussiana, ha diretto le riviste Romanità e Meo Patacca, ha tenuto diverse rubriche su importanti quotidiani, ma è stato anche pittore, scultore e autore di molti libri fra cui “Na zeppa a l’occhio”, “A magnà e a grattà tutto sta a incomincià”, cucina romana in versi su ricette di Luigi Carnacina, presentato dallo stesso Luigi Carnacina e Giorgio Roberti. “L’anima de li mottacci nostri”, “Bécchete questo!...”. Famosa la sua traduzione in dialetto romanesco del Vangelo secondo San Marco che gli valse una lettera di ringraziamento di Aldo Fabrizi, “per avergli fatto finalmente venir voglia di leggere il Vangelo”. “Giochi a Roma di strada e di osteria” è uno spaccato di una Roma che non è più, uno studio approfondito sui 400 modi poveri ma fantasiosi, per divertirsi nella Roma del 1800: Passatella, Morra, Ruzzica, Zecchinetta, Madama Dorè, Zipidì,zipidè, a cominciare dalla prima manifestazione giocosa, la ninna-nanna. Nel suo libro a proposito di ninne nanne Roberti scrive “ è una voce bambina che nasce dal grembo di una madre per farsi messaggera di dolcezze infinite…è anche un gioco….un gioco che anticipa altri più classici sollazzi del neonato, come quello di impugnare un sonaglio….si avvale di quattro elementi fondamentali: musica, poesia, movimento e sentimento”. Una antica ninna nanna diceva: “Fatte la ninna e ppassa via Bbarbone/E nun vienì ppiù ssu cche cc’è ppapane/Sinnò tté caccia fora cor bastone/Ninna oòh!ninna oòh!” Con queste allusioni le madri romane hanno tentato per secoli di fare coraggio ai propri bambini, cercando di disperdere e in pari tempo di perpetuare in loro il drammatico ricordo del Sacco di Roma che sconvolse la città nel 1527. Barbone fu pretendente al trono di Francia e crudele guerriero che assoldò un esercito di combattenti tedeschi (i Lanzichenecchi), venne ucciso con un archibugio da un popolano di Trastevere, vicino a Porta Settimiana. Altre ninne nanne rivestivano la povertà con la poesia: “Fatte la ninna che e’ letto è preparato,/e la cuperta è tutta de viòle,/Pe’ cuscinetto ’sto misero còre…Fatte la nanna, fatte la ninna. Se a qualcuno di voi Giggino Giggetto, Seta moneta, Sega sega Mastro Titta, Semolella cor naso, Sedia papale, Pero o melo, dimme er vero, Sedia sediola, Bottonella, Bottonella a sarvasse, Bagarozzella, Cencio ammollo… ricordano qualcosa, questo libro fa al caso loro e personalmente azzardarei di suggerirlo come testo scolastico, per riportare i bambini alla semplicità di giochi sani e socializzanti. Il dialetto e il romanesco in particolare, consente una libertà e una vivezza di espressione diversamente impensabili: è spontaneo, immediato, colorito e giustifica l’uso di parole ‘forti’ che in italiano si chiamerebbero ‘parolacce’, ma che in romanesco non sono tali, anzi costituiscono il sale e il pepe di un genere letterario che fa leva sull’indignazione, l’invettiva, la denuncia. Esistono dizionari romanesco-italiano: il Chiappini, il Vaccaro e il Ravaro e recentemente il vocabolario italiano-romanesco del prof. Giorgio Carpaneto del Centro Trilussa, di cui Roberti è stato presidente fino alla morte avvenuta improvvisamente nel 2002. Alla domanda “ma qual è il vero dialetto romanesco?” (da non confondersi con il gergo) Roberti rispondeva: “si evolve coi tempi, bisogna seguirlo”. E’ il dialetto che ci fa “cittadini delle piccole patrie” e quindi cittadini delle grandi, in una dialettica continua che va preservata e Roberti lo sapeva bene.