L O A D I N G
I M A G E S . . .
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LA
VOCAZIONE - Discendente dei conti Sinibaldi, sul finire del XII sec.
fu avviata da San Francesco alla vita spirituale. Secondo una antica tradizione,
quando il fratello Tommaso tornò dalla guerra restò sorpreso e
indignato per l'operato della sorella che, tagliandosi i capelli e rifugiandosi
in una grotta sulla montagna nei pressi del castello, non solo mandava all'aria
progetti di matrimonio, ma evadeva anche dalla sudditanza baronale. Non potendo
vantare più diritti su di lei, cercò di piegarla con il ricatto
e proibì a tutti i sudditi della baronia di comunicare o vendere generi
alimentari a Filippa e compagne, in romitaggio nella grotta. Ma si narra che
il Signore le rifocillasse per mano del suo Angelo. Restò nella grotta
fino al 1228 quando i fratelli Gentile e Tommaso le donarono la villa di Casardita
con annessa la Chiesa di S. Pietro de Molito (oggi Borgo S. Pietro), dove si
rinchiuse con le sue ancelle, dedicandosi al culto e alla lode di Dio, unitamente
al servizio dei poveri e all'apostolato. In seguito lo restaurò e creò
nuovi edifici dotando il monastero di libri sacri, arredi e suppellettili e
per evitare che qualcuno potesse rivendicare diritti o servitù, chiese
al fratello la ratifica con atto notarile per stabilire "una perpetua libertà
e stabile affrancazione" verso i feudatari presenti e futuri. La sua attività
e quella delle sue ancelle fu di grande aiuto per le popolazioni indigenti del
Cicolano, e il monastero fu dotato di una farmacia con medicamenti a base di
erbe, con le quali le sorelle portarono sollievo e cure nelle povere case. Morì
il 16 febbraio 1236 . La sua tomba divenne immediatamente meta di pellegrinaggio
e si cominciarono a registrare grazie e favori celesti. Nella grotta dove si
rifugiò con le sue ancelle, è stata eretta una cappella dove nel
mese di agosto, quando tutti i fedeli si recano in processione sul luogo, si
celebra una messa.
IL
MONASTERO - Reperti decorativi, arredi preziosi, lavori artigianali,
oggetti di vita quotidiana in uso alle religiose del tempo, ricettari e attrezzi
di farmacia e documentazioni della prima vita monastica sono gelosamente custoditi
nel museo del monastero delle Clarisse, recentemente ristrutturato e impreziosito
da quadri del maestro Giorgio De Chirico. Nell'archivio sono conservate numerose
bolle papali e atti notarili risalenti al XII secolo, insieme a manoscritti
e codici miniati. Nel 1706, durante una ricognizione alle spoglie mortali della
beata Filippa, fu ritrovato il suo cuore incorrotto che è conservato
in un reliquiario di argento nella cappella a lei dedicata all'interno del Monastero,
dove sono anche i suoi resti mortali. Viene portato in processione dal Vescovo
di Rieti in occasione della festa per la ricorrenza della sua morte, che ha
luogo ogni anno la domenica successiva al 16 febbraio, in occasione della quale
la madre badessa rende omaggio alla memoria, gettando fiori sul lago dove sorgevano
il vecchio monastero e il vecchio paese. Al termine delle celebrazioni liturgiche
e l'esposizione delle reliquie della Santa, le porte del Monastero si aprono
così come un tempo si aprivano per rifocillare e curare i poveri durante
le lunghe carestie e ai fedeli presenti viene offerta la zuppa di fave con il
pane benedetto dal Vescovo di Rieti. Ufficialmente Beata, è venerata
come Santa in tutto il Cicolano.
IL
BARONATO - Prima
dell'anno mille nei territori della Sabina e del Cicolano le invasioni barbariche
avevano disperso gli abitanti tra i monti e i boschi distruggendo conquiste
e civiltà, e le scorrerie dei Saraceni incutevano terrore nella popolazione
che fu costretta a rifugiarsi in paesi sempre più arroccati su poggi,
monti e cocuzzoli. Verso l'anno mille il gastaldato di Rieti e il ducato di
Spoleto inziarono con movimenti di riscossa e lotte sanguinose a ristabilire
un po' di ordine nell'Italia centrale e fu in questo periodo che si consolidarono
il prestigio e la potenza di alcune famiglie i cui esponenti vennero chiamati
duchi, conti, baroni ( Orsini, Colonna, Anguillara, Sinibaldi) mentre la popolazione
cercava di riorganizzarsi una vita civile e ordinata rivendicando la propria
presenza e le proprie esigenze. Fu quindi in un periodo storico ricco di violenze
e di guerre, in cui i baroni feudali disponevano di tutto e di tutti, anche
legalmente, che si colloca la figura e l'operato della Baronessa Filippa Mareri,
che seppe rivendicare la libertà di condannare la violenza, rifiutare
il potere per dedicarsi ai poveri e servire il Signore
LA
MIA FAMIGLIA - Questa
rocca che porta il mio nome, fu una volta dei Mareri, dei Colonna e dei Barberini,
la Petrella di Cicoli fu castello dei Colonna nel Regno di Napoli. Mio padre
Francesco nacque a Roma nel 1549 e la sua grande ricchezza fu ereditata dal
padre Cristoforo, Monsignore della Camera Apostolica. Cristoforo Cenci non usava
sempre mezzi leciti per procurarsi le sue ricchezze, per questo cercò
di dare alla famiglia una parvenza di nobiltà, facendone risalire le
origini a Cencio Savelli, colui che aveva imprigionato Papa Gregorio VII durante
la messa di Natale a Santa Maria Maggiore a Roma. Mio padre era una persona
di carattere focoso, sensuale e violento. Aveva sposato Ersilia Santacroce che
gli aveva dato 12 figli ma solo Giacomo, Rocco, Cristoforo, Antonina, Bernardo,
Paolo ed io, Beatrice, raggiungemmo la giovinezza. Ebbe anche altri figli da
altre donne. Mia madre Ersilia morì di parto e mio padre si risposò
con Lucrezia Petroni, vedova Velli. La sua vita a Roma era costellata di delitti,
misfatti violenze e liti, anche legali, con i miei fratelli, specialmente con
Giacomo, Rocco e Cristoforo, fino a subire pene pecuniarie che intaccavano il
suo capitale e inasprivano ancora di più i rapporti in famiglia. Mia
sorella Antonina andò in sposa a Luzio Savelli, signore di Forano e mio
padre dopo un terribile processo per vitio nefando in cui rischiò
il rogo, si fece ospitare da Marzio Colonna nella Rocca di Petrella così
poteva controllare il suo feudo di Assergi rimanendo fuori dalla giustizia dello
Stato Pontificio, il cui confine era segnato dal fiume Salto.
LA
PRIGIONIA - Fu
per questo motivo che nell'aprile del 1595 fui costretta a lasciare Roma, insieme
ad alcuni servitori e alla mia matrigna Lucrezia. Fummo accolte dal castellano
dei Colonna, Olimpio Calvetti che ci accompagnò alla rocca, assegnandoci
il piano nobile, con le camere affrescate. Queste camere diventarono la nostra
prigione, perché mio padre volle allontanarmi dai fratelli e da spasimanti
della nobiltà romana ai quali non voleva pagare una dote cospicua, così
dovetti dire addio all'alta società e alle frivolezze di fine cinquecento.
Curzio Velli, figlio di Lucrezia e mio fratellastro, venne a trovarci, ma durante
una battuta di caccia mio padre tentò di abusare di lui. Curzio si rifugiò
alla rocca e fuggì a Roma a cavallo aiutato dalla madre che ribellatasi
al marito padrone per difendere il figlio, fu sfregiata da un colpo di sperone.
Non potevamo uscire neanche per la messa e poteva avvicinarci solo un vecchio
servitore Santi di Pompa. La messa veniva celebrata nella cappella della rocca.
Mio padre si trasferì al piano superiore per controllare meglio la piazza
merlata della rocca dove mi sarei potuta incontrare con il castellano Olimpio
e l'atmosfera era così triste e cupa che quando si assentava per i suoi
viaggi a Roma era sempre più difficile reperire persone disposte a vivere
come recluse insieme a noi. Grazie ai privilegi ottenuti dai Mareri i petrellani
erano abituati ad essere liberi da ogni gravame e presero tutti le distanze,
eravamo abbandonate a noi stesse e mio padre fu costretto a reperire con l'inganno
due serve a Roma, Chelidonia Lorenzini e Girolama da Capranica, che si accorsero
ben presto di essere state ingannate e costrette a condividere la nostra clausura.
>>> - (pagina successiva)
L'ODIO
- Il
mio odio represso cresceva, avevo solo 20 anni e il mio unico scopo di vita
era diventato la vendetta. Eravamo ormai ristrette e confinate nell'ultimo
piano del maniero, dormivamo tutti nella stessa stanza in gran promiscuità
e le serve Chelidonia e Girolama premevano per licenziarsi e tornare a Roma
e dopo liti furibonde, nel 1592 andò via prima Girolama e poi Chelidonia.
Nessuno a Petrella volle sostituirle e mio padre trovò a Roma un vecchio
alto e magro, Giorgio Vandrè. Le occupazioni di mio padre, dopo aver
assistito alla messa, erano girare a cavallo per le montagne e le valli intorno
a Petrella e poi sedere alla scrivania a fare i conti. Io mi curavo dell'argenteria
e della biancheria e qualche volta servivo mio padre a tavola. Nonostante
la mia segregazione riuscii ad allacciare dei rapporti con Olimpio, durante
le assenze di mio padre, ma la servitù e il paese cominciarono a chiacchierare,
essendo Olimpio già sposato. Il servo Santi de Pompa riuscì
a fuggire nel giugno 1598 e anche Giorgio Vandrè si era licenziato.
Proprio quando mio fratello Cristoforo fu assassinato da Paolo Bruno, una
banda di briganti attraversò il Cicolano. Gli abitanti di Capradosso
si barricarono nel paese decisi a difendersi e i briganti si allontanarono
grazie all'intervento di Olimpio Calvetti, che era pur sempre al servizio
della potente famiglia Colonna, ma l'amministrazione dei feudi a quei tempi
era molto confusa, soprattutto nelle zone di confine. I miei fratelli Bernardo
e Paolo giunsero alla Petrella e forse la tragica fine di Cristoforo spinse
mio padre ad avvicinarsi ai figli minori, anche per allontanarli dall'influenza
di Giacomo, sempre agguerrito contro di lui, e per la prima volta sedemmo
a tavola tutti insieme. >>> - (pagina successiva)
IL
PATRICIDIO - Petrella
fu colpita dalla notizia e i preti di Santa Maria e tutta la popolazione salirono
alla Rocca dove Lucrezia in preda al panico, invece di nascondere le prove,
le sparse meglio intorno. Il corpo fu sepolto in fretta, senza funerale e i
petrellani sospettarono ancora di più. Giunsero i miei fratelli Giacomo,
Bernardo e Paolo per sistemare le cose. Ripartirono il giorno successivo, la
loro indifferenza acuì i sospetti e il 5 novembre fu avviata l'istruttoria.
Il 18 novembre Olimpio tornò a Petrella per nascondere le prove, ma venne
spaventato da un commissario incaricato da Marzio Colonna di fare indagini e
scappò. Anche Marzio Catalano scappò rifugiandosi a Poggio Vittiano
e la loro fuga fu un'auto accusa, così fu riesumata la testa del cadavere
di Francesco. Lentamente tutto l'omicidio fu ricostruito nei minimi particolari
e fu ritrovato anche il martello. Il primo ad essere arrestato fu il viceconte
di Cicoli, accusato di aver autorizzato la sepoltura e fu emesso ordine di cattura
contro Marzio Catalano, Olimpio Calvetti, me, la mia matrigna Lucrezia e i miei
fratelli Giacomo e Bernardo. Il 12 gennaio 1599 fu arrestato Catalano a Roma
e le sue confessioni provocarono anche il nostro arresto. Catalano morì
in carcere, Olimpio fu ucciso nei pressi di Cantalice perché pendeva
una taglia su di lui. Giacomo fu attanagliato, ucciso, tagliato in pezzi ed
esposto a Ponte S. Angelo a Roma, Bernardo restò 6 anni in prigione.
Io e Lucrezia fummo decapitate a Castel S. Angelo il 29 settembre 1599 e la
morte finalmente ci rese libere. Le mie spoglie mortali riposano a Roma nella
chiesa di S. Pietro in Montorio. Il popolo romano non fu così ingiusto
con me e mi vide solo come vittima di un padre crudele e grazie a Shelley, Stendhal,
Dumas e Moravia sono diventata parte della tradizione romana e personaggio letterario.
Per
cercare un aiuto ai miei progetti di fuga cercai di rivolgermi a Marzio da Fioran,
detto il Catalano, compagno di viaggio di mio padre durante i suoi spostamenti
a Roma, ma riuscii solamente a consegnargli una missiva per i miei fratelli
e mio zio Marcello Santacroce il quale, molto incautamente, nel tentativo di
aiutarmi ad essere maritata o a prendere i voti, subì le ire di mio padre
e il povero Marzio Catalano fu imprigionato per tre anni. Quanto a me, il 13
dicembre 1597 fui colpita con un nervo di bue e isolata a pane e acqua per tre
giorni.
Ma la vita gaudente di
Roma chiamava i miei fratelli che riuscirono a fuggire con l'aiuto di Olimpio
che preferiva restare da solo con me. Potevo contare solo su Olimpio e su
Marzio Catalano che cercarono di assoldare dei briganti residenti a Marcetelli,
ma questi ebbero paura di mettersi contro un amico dei potenti Colonna e non
volevano la reazione degli eserciti spagnoli e pontifici. In seguito alle
chiacchiere che circolavano sui miei rapporti con Olimpio, Marzio Colonna
gli dette l'ordine di lasciare la Rocca e di trasferirsi al Palazzo di Porta
Orientale, ma con l'aiuto di due scale entrava ugualmente e mi raggiungeva.
I miei propositi non erano cambiati ed ero ormai decisa a uccidere mio padre,
ma non potevo usare il veleno, perché mi faceva prima assaggiare cibo
e bevande. Ci volevano dei sicari, e chi meglio di Marzio e Olimpio? Dopo
diversi tentativi, la notte del 9 dicembre, allontanato l'unico servitore
rimasto, Olimpio raggiunse la camera da letto di mio padre e lo percosse alla
tempia con un martello, mentre Marzio lo colpì alle ginocchia, ma la
paura li rese maldestri e commisero degli errori nel tentativo di coprire
le tracce , il corpo venne maldestramente gettato nell'orto, finendo su un
sambuco.
IL
REGNO D'ITALIA - L'impresa
dei Mille pose fine al Regno delle Due Sicilie che fu annesso al nuovo Regno
d'Italia. Nel Cicolano, Petrella aderì per prima al nuovo Regno d'Italia
il 15 settembre 1860, e nei giorni successivi aderirono gli altri tre comuni
equicoli. Questa adesione non fu riconosciuta a livello popolare, e ci furono
subito gravi disordini e sommosse popolari che si generalizzarono non solo in
tutta la zona, ma anche in altre parti del Regno. Borgo S. Pietro venne duramente
saccheggiato, così come Colle della Sponga , e in seguito Petrella e
Capradosso. Inizialmente il frutto delle scorrerie serviva a finanziare una
azione politica in favore dei borboni e anche lo Stato Pontificio aiutava la
sommossa, finché dovette tirarsi indietro accusato di favorire la rivolta.
Nelle campagne, sulle montagne e attorno alle città, la gente si ribellava
ai nuovi padroni venuti dal Nord che, appena insediati, preferirono imporre
nuovi ordinamenti, promulgare nuove leggi e bandire nuove tasse (famosa la tassa
sul macinato che metteva in ginocchio soprattutto le popolazioni del Sud), anziché
preoccuparsi di mantenere le promesse di libertà e di livellamento delle
ingiustizie senza offrire ai contadini la possibilità di lavorare sulla
loro proprietà. Il Governo appena instaurato non si curò dell'economia,
non promosse l'industria, non favorì l'agricoltura e non procurò
lavoro e in questa situazione i ricchi rimasero ricchi e i poveri sempre più
poveri.
L'EVERSIONE
- La tradizione
orale del mondo pastorale e contadino tramanda una visione legata alla lotta
all'occupazione piemontese sostenuta anche dalle ballate dei cantastorie e dalle
Moresche, una sorta di balli rituali celebrati nel periodo del Carnevale che
rappresentavano uno scontro armato figurato tra Cristiani e Turchi in cui i
ruoli dei turchi e dei cristiani erano impersonati dai piemontesi e dai briganti.
Trasformando il termine bandito (colui che riceve il bando, cioè messo
politicamente ed istituzionalmente fuori dalla società) in brigante,
si criminalizza la parte socialmente e politicamente perdente: il brigante è
colui che briga, che litiga con le istituzioni contestandole e quindi va eliminato.
IL
TERRORE - In un territorio dove c'era ormai clima di guerra civile,
in cui era normale assistere a pubbliche impiccagioni, usare cannoni contro
città indifese, bruciare case e cascinali per far riconoscere il nuovo
Re, in un quadro di licenza di uccidere sancito dalla legge Pica, prese piede
la figura del brigante che godeva di solidarietà diffusa fra la gente.
Favorito anche da un terreno ricco di grotte, rifugi e nascondigli il Cicolano
non fu da meno, e partecipò attivamente ai movimenti di ribellione, inoltre
al di là del fiume Salto c'era ancora lo Stato Pontificio, e molti vi
si rifugiavano cercando protezione. Fu un periodo in cui i cattivi erano i buoni
e i buoni erano i cattivi, ma poiché nessuno volle ammettere la verità,
i sabaudi parlarono solo di "lotta ai briganti" e non la considerarono
mai una lotta contro di loro. Nella nuova Italia l'ordine era "portateli
vivi o morti, meglio se morti" e la figura del brigante nella migliore
delle ipotesi era paragonata all'antico cavaliere errante, che ruba ai ricchi
per dare ai poveri.
IL
BANDITISMO - Il Cicolano e la vicina Marsica sperimentarono per
prime l'urto della repressione e la loro rivolta durò fino al mese
di febbraio 1861, con la sconfitta di Scurcola. Seguirono arresti, processi
e fucilazioni. Gli scampati alla cattura, insieme ai renitenti alla leva,
si rifugiarono sulle montagne e divennero briganti. I più famosi nella
zona furono i briganti Berardino
Viola, Giovanni Colaiuda, Fiore Sallusti, i fratelli De Santis,
Giuseppe Appolloni, Candido Vulpiani,i fratelli Michele e Berardino Pietropaoli,
reduci da Roma. I più determinati furono il Viola e il Colaiuda. Nel
1863 con l'entrata in vigore della legge "Pica" molti paesani furono
inviati a domicilio coatto come manutengoli o conniventi dei briganti. Dopo
agguati, lotte, appostamenti, fughe alla fine alcuni morirono negli agguati,
altri si consegnarono in seguito senza più speranza, altri furono inghiottiti
dalle montagne.
IL
LAVORO - Sui monti
dei comuni di Petrella Salto e Fiamignano i pastori stanziali sono inferiori
ai pastori transumanti: ancora oggi lestate pernottano a turno per la
custodia del gregge nelle casette, o capanne della montagna di Rascino, senza
luce e acqua corrente, e pochi abbeveratoi comodi per il bestiame, vivendo per
lo più la montagna come terra desilio.Non tutti usano una mungitrice,
molti di loro lo fanno ancora manualmente. La razza maggiormente allevata è
quelle locale, la sopravvissana.A fine settembre scendevano verso la campagna
romana dove, una volta giunti, fissavano due pali o travi nel terreno, lì
avrebbero messo il focolare (fornella)e intorno ad essa, la parete.A protezione
dei fulmini una croce rivolta verso la basilica di S. Pietro.Allinterno
della capanna ,rivestita di canne, dormivano da dieci a ventinove persone su
giacigli di ravìccia levigata e pelli di pecora, e per cuscino i cosciali.
Nei capannelli alti 80 cm con la base di legno dormivano i singoli pastori a
guardia del gregge, a volte i capannelli avevano ruote per il trasporto lungo
il pascolo.Prima delle odierne norme igieniche, nella stessa capanna si svolgevano
le varie fasi della lavorazione del formaggio.La conduzione del gregge era intesa
come azienda familiare, la donna curava a volte la stagionatura del formaggio
nella casa in paese e saliva in montagna per preparare il cibo ai lavoranti
durante la carosatura(tosatura) e aiutare nella raccolta della lana.La
carosatura era una prestazione di manodopera che il pastore stanziale restituiva
alloccorrenza per evitare la spesa per i carosini di professione
(che si trovavano soprattutto nella zona di Fiamignano).La lana era venduta
a privati e commercianti allingrosso di Rieti che la ritiravano sul luogo.
LA
TRANSUMANZA - I
pastori del Cicolano si spostavano normalmente senza la famiglia che restava
al paese.Gli spostamenti richiedevano più giorni perciò era necessario
trasportare viveri,reti fardelli.I mercanti di greggi della famiglia Maoli di
Petrella Salto usavano un carro a due ruote (la vignarola). Il percorso più
lungo era Rascino-Cisterna passando per Petrella Salto, Cerreta, Varco Sabino,
Valleupola,Stipes,Sante Vittoria, Macchie di Fiacchini,Mentana,Nomentana,Tiburtina
e durava 9 giorni , gli altri percorsi duravano mediamente 5 giorni o più.A
volte si attraversava di notte la città di Roma (Storia e tradizioni
popolari di Petrella Salto e Cicolano Atti I e II/ ed.Comune di Petrella
Salto- 1° convegno di studi -Petrella Salto 1-2 agosto 1981 responsabile
Luciano Sarego pagg.16-17).
TURRIN
ZACCU - Il biscìno
era un ragazzo molto giovane, incaricato di restringere le pònte di pecore
lattare, differenziandole dalle pònte di pecore sode, prive di latte,
toccare a vau cioè spingerle verso il varco per la mungitura nello stazzo
e scendere in paese per rifornire di acqua e di viveri lo stazzo.Oggi è
una figura scomparsa e con essa gli scherzi a cui questi giovani ragazzi erano
assoggettati, come una sorta di iniziazione.Quando un biscìno
non era riuscito a mangiare per intero un piatto di ricotta gli si faceva la
schioppa (percosse nel posteriore con un panca di legno scaldata al fuoco):Te
devi mangiàu piattu de la ricotta, te lo devi finì, se no
te famo la schioppa.Ma il più conosciuto era il tùrrin zaccu,
o riccia ssaccu a seconda delle versioni.Il pastore diceva al biscìnoDove
vogliamo andare a prendere u tùrrin zaccu? E gli anziani
prendevano un sacco, davano al biscìno un campano e si avviavano di notte
verso una località qualsiasi.Poi dicevano al biscìno di suonare
il campano e mentre il ragazzo suonava gridava Tùrrin zacco, dentro
al sacco!Tùrrin zacco,dentro al sacco!Intanto i pastori mettevano
nel sacco un cane,una pecora,e a volte pietre, poi gridavano Labbiamo
preso!Labbiamo preso e facevano trasportare al biscìno il sacco
con dentro il misterioso Tùrrin zaccu perché lo trasportasse fino
allo stazzo.Nella seconda versione il pastore anziano prendeva un sacco e vari
campani e diceva ai biscìni di suonarli per tutta la notte lontano dalla
capanna, affinché il riccio, impaurito, si infilasse di sicuro nel sacco
che lui avrebbe tenuto aperto.Ma mentre i ragazzi scampanacciavanoil
pastore rientrava nella capanna e mentre lui dormiva, i biscìni continuavano
a suonare tutta la notte.Insieme agli scherzi le lunghe notti negli stazzi trascorrevano
raccontando storie tra leggenda e verità, che sono diventate parte delle
tradizioni orali del luogo.
LA
CREAZIONE - Allepoca
della creazione di questa piccola parte di mondo, Dio mandò un angelo
a segnare con un bianco e rotondo ciottolo i luoghi dove dovevano sorgere i
paesi del Cicolano. Langelo partì in volo, portando con sé
un sacco colmo di ciottoli che venivano lasciati cadere a intervalli regolari:
appena un sasso toccava la terra, sorgeva miracolosamente un paese. Ma nel trasvolare
lungo laltipiano, allimprovviso, il sacco si ruppe e dalla sdrucitura,
precipitarono luno dietro laltro tutti i sassi. Ecco la spiegazione
della natura rocciosa del territorio.
S.
MARIA APPARI' - E
credenza radicata che nel 1562 scendendo da Petrella, verso Borgo S. Pietro,
la Madonna abbia posto il suo piede sul luogo della apparizione dove la venerazione
popolare ha eretto un bel santuario (S. Maria Apparì). Si racconta nel
1688 che una fanciulla di 13 anni chiamata Persiana si recò lultima
domenica di maggio del 1562 a cogliere ciliegie. Mentre era sullalbero,
la Madonna le apparve chiedendole un po di ciliegie, aiutandola poi a
ridiscendere dallalbero e trattenendosi seduta in terra a parlare con
la fanciulla, invitando la gente a ravvedersi, poi prese la fanciulla e salì
in cielo con quattro Angeli.
MONASTERO
- Si racconta ancora che nel secolo XVIII, quando il vecchio monastero
delle Clarisse non era ancora stato inghiottito dalle acque del fiume Salto,
uno spirito maligno ripetesse minaccioso una cantilena: "Povere monache,
povero Borgo S. Pietro, Penitenza, acqua e poi fuoco". LOfficium
di Santa Filippa Mareri (ufficialmente beata) descrive che nei tre giorni precedenti
la sua morte, una nuvoletta spessa e bianca come neve rimase nel chiostro del
monastero e scomparve solo insieme allanima della Santa; contemporaneamente
unaltra nuvoletta apparve nei presi del Monastero, rimanendo visibile.
IL
CROLLO DELLA ROCCA - Il 13 gennaio 1915 un terremoto di vaste proporzioni
scosse la Marsica e il Cicolano. La muraglia della rocca che mostrava ancora
le finestre delle stanze dei vari piani, quella mattina si adagiò allindietro.
Se fosse crollata verso lo strapiombo sottostante molte case di Petrella sarebbero
state distrutte. La gente gridò al miracolo e ancora oggi la domenica
più vicina al 13 gennaio si festeggia S. Emidio, Vescovo e Martire di
Ascoli Piceno, patrono dei terremotati.
LA
VOLPE E IL LUPO - Cera na vorbe che savea mangiate
tutte le galline al padrone. Allora il padrone non la pòtte chiappà
pé ammazzàlla. Ammazzò una gallina la mésse avéntro
al sìcchio. E il sìcchio lo misse sopre lu puzzu dellacqua.
La vorbe sando a magnà a gallìna, sardò avéntro
al sìcchio, e scende giù al puzzo. Passò il lupo e gli
disse Commà, dice, che fai là?. Ice: Me
sto a rosecare un ossicino. Dice: Me lo dai anche a me?.
Ice:Sì, compà, te lo do. Ice:Cala
ggiù. E come faccio pé scende?. Dice:
Te mitti dentro al sìcchio e ccali giuù. Allora il lupo
sardò dentro al secchio e lì calò giù. La Volpe,
sullaltro secchio, resàglì su e scappò. Ice
al lupo :Ciao, compà. Tanti saluti a casa.
COMARE
MICETTA - Commare
Micé, qué sta ffà sopre lla finestra?, ice u
bbòe. Ice: Ma dà marità. Ice: Me
vo a mì?. Ice: Te voglio scì. Ice:
Canta po se ssà cantà. Mooo!. Ice:
Va via ché tu non fa pé mmì. E allora
passa lasino. Ice: Bbella micetta mé, qué sta
ffà sopre lla finestra? Ma dà marità
Meo a mì?Ice: Te oglio scì.
Ice: Canta po se ssa cantà?. ià,
ià! Ice: Vàttene via! Vattene via ché
ttu non fa pé mì!. Allora passòne a capra.
Ice: Bbella micetta mé, che sta a ffàn cima
a lla finestra?. Mà dà marità.
Meo a mì?. Te oglio scì. Canta po
se ssa cantà. Mèèè, coménza
a ffa a crapa. Ice: Vàttene via, vàttene via
ché ttu non fa pé mì. Allora passa a
pecora. Ice: Bbella micetta mé, che sta ffà sopre
lla finestra?. Ice: Ma dà marità.
Ice: Meo a mì? Canta po se ssa cantà.
Bèèè!. Vàttene via, vàttene
via, ché ttu non fa pé mì. Passa u sorge.
Ice:Bbella micetta mé, qué sta ffà sopre lla finestra?.
Ma dà marità. Me o a mì?.
Te oglio scì. Canta po, se ssa cantà?.
Zio, zio. Ice : Vè ecco, vé ecco, ché
ttu fa pé mì. Allora jì u compare sorge.
Ice [a micetta]: Mo tèngo fa a ppranzu. Ice:A
ppicchémo lla callàra pé ccòce a pasta.
Doppu che ffu ccotta [a pasta], ice: Vidi po se è
ccotta, compare surgì?. E allora [u sorge] jé a ssaglì
sopre la cottora, se nne jé avéntro. Eh,ice [ a
commare Mice], mo me tte voléa magnà cruu, ma mmo te nnè
itavéntro e me tte magno cottu. E' fenìta.
FRITTATA
- Ingredienti:6
uova, 120 gr di tartufo grattugiato, ½ bicchiere di vino bianco, sale,
pepe, uno spicchio di aglio, un bicchiere di olio extra vergine di oliva. Scaldare
il tartufo nellolio con laglio e il vino. Al termine amalgamare
il composto alle uova e procedere come per una normale frittata.
FETTUCCINE
- Ingredienti:
500 gr. di fettuccine alluovo, 150 gr. di tartufo grattugiato, un bicchiere
di olio extra vergine di oliva, due spicchi di aglio, sale e pepe. Far rosolare
gli spicchi di aglio nellolio e, quando è biondo, toglierlo. Aggiungere
il tartufo, il sale e il pepe, spegnere il fuoco dopo pochi secondi
TRADIZIONE
ORALE - Nelle zone montane quando non cerano corrente elettrica
o televisione, era usanza riunirsi la sera davanti al camino e recitare il rosario,
praticare la lettura ma soprattutto raccontare storie in cui spiriti e presenze
misteriose attraversavano il buio fuori dalle case; molte narravano di animali
o eventi prodigiosi, nota è la vicenda lagata alla cavalla di un mugnaio
di Fontecesa, nel Fosso di Concerviano: si riteneva che nel pieno della notte
uscisse dalla stalla cavalcata dalle streghe per ritornarci al mattino, sudata
dopo una lunga galoppata e con la criniera pettinata a treccine; in un'altra
si narra di un lupo mannaro che scendeva alla Dogana di San Martino per rigirarsi
e sbattere nellacqua del fiume con ringhi e ululati, risalire la mulattiera
e bussare alla propria casa, dove sua moglie sapeva di non dovergli aprire;
protagonista di una lugubre leggenda un boscaiolo che, travolto in quel di Casette
dal suo stesso carico di legna, fa ancora sentire di notte alla salita del bivio
per Concerviano, il suo grido di incitamento alle bestie; anche il Diavolo trova
posto nelle tradizioni narrative di questi luoghi, sull'altopiano di Rascino
si può osservare una delle sue molte 'impronte', lasciata in questo caso
dalla caduta di due amanti (il compare e la comare) dannati per amore. Spesso
i versi popolari contenengono un chiaro riferimento alla ferialità della
vita sociale, alla miseria della montagna: se esaminiamo con attenzione il contenuto
di certe canzoni e persino le filastrocche infantili, possiamo risalire almeno
in parte al contesto che le ha prodotte, come testimonia questa sentenza diffusa
a Sambuco nel secolo XVIII da cui risulta evidente la durezza del lavoro nei
campi e la povertà in cui versavano i contadini: "Ad
ogniuno conviene stentare, / Bussano i venti e ogni altezza cade / Non ha riposo
alcuno chi non fatiga"
CROSTINI
- Ingredienti:200
gr. di tartufo grattugiato, uno spicchio piccolo di aglio, sale, pepe nero,
½ bicchiere di aceto di vino, olio extra vergine di oliva, fette di pane
senza sale tipo Terni, ½ limone. Unire al tartufo grattugiato
lo spicchio di aglio spremuto e gli altri ingredienti, mescolando sul fornello
al minimo per un minuto al massimo. Solo a fuoco spento aggiungere il succo
del limone. Spalmare sul pane.
L'OPERA
DEI FOLKLORISTI - La varietà delle tradizioni è riportata
nelle raccolte di folkloristi e musicologi, che per lungo tempo hanno percorso
le località montane in cerca di riferitori: essi hanno ideato complessi
metodi per la trascrizione e traduzione delle storie dal dialetto, conservato
importanti documenti sulle tradizioni musicali e coreutiche del luogo, dalla
voce delle zampogne al ballo della Pantasima o 'Pupazza'; quest'ultimo, vivo
ancora oggi, vanta secoli di storia e riunisce nella musica travolgente del
saltarello individui di tutte le età in un girotondo attorno a una coppia
di danzatori, coperti da una maschera che nasconde loro interamente il corpo
e raffigura probabilmente uno spirito propiziatorio. Ricco è il repertorio
di ninne nanne, canti di questua, stornelli e canzoni infantili, canti liturgici
e di lavoro, canzoni di emigranti: l''opera dei ricercatori ha permesso di raccogliere
e discutere preziose informazioni che ormai, essendo scomparsa la civiltà
di riferimento, ci risulterebbero ignoti; il lavoro di questi studiosi è
custodito nei vari archivi e musei locali, ma ancora oggi c'è chi si
avventura sul campo armato di strumenti per raccogliere la voce degli ultimi
rimasti in vita; riportiamo di seguito due esemplari di storie popolari diffuse
nel cicolano, nella trascrizione dal dialetto, Per ulteriori approfondimento
è possibile consultare la bibliografia.
LA
PANTASIMA - La
figura della Pantasima che conclude tutte le feste, è caratteristica
del Cicolano e della Marsica. E un pupazzo di canne, vestito di carta
di vivacissimi colori e bengala colorati dalla testa in giù.Dopo unasta
più o meno lunga e vivace il vincitore paga il festarolo o il fuochista,
si introduce dentro il pupazzo, i cui bengala vengono accesi, e al ritmo di
uno svelto saltarello lo fa ballare. La gente intorno si mette in cerchio e
ritma la danza con le mani, il cerchio poi si allarga perché il danzatore
fa di proposito scendere le scintille sulla folla.
CALENDARIO
- Le feste popolari nel comune di Petrella Salto vanno dallultima
domenica di maggio allultima domenica di settembre, in coincidenza con
il lavoro estivo nei campi e nei pascoli, offrendo al pastore e al contadino
un momento di riposo, svago e vita vissuta insieme alla propria comunità
dalla quale erano lontani quando erano in campagna, cioè
nelle campagne durante la transumanza.Il suono della campane e dei mortaretti,
sempre presenti, dovevano chiamare al raccoglimento e alla consacrazione del
pane e del vino coloro che erano lontani dalla chiesa, nei campi o al pascolo.
Per la buona riuscita delle feste durante lultima messa solenne precedente,
vengono nominati 3 festaroli, sorteggiati fra i capi famiglia, con lincarico
di raccogliere nella questua i fondi necessari ai festeggiamenti. Una volta
i concittadini contribuivano offrendo i prodotti del loro lavoro (vino,farina,formaggi
)che
venivano venduti allasta per organizzare la festa che culmina ancor oggi
con il ballo della Pantasima.
NATALE
E CAPODANNO - Durante
le feste natalizie le famiglie si scambiavano le rape rosse, tradizione di epoca
feudale, quando il signore usava offrirle alle famiglie, ancora oggi lultimo
giorno dellanno gruppi di persone, soprattutto ragazzi, vanno per le case
a chiedere li soffietelli, dolci e leccornie varie che si chiedono
di porta in porta cantando una filastrocca: Soffi e soffietelli / Li
circhi elli cupelli / li circhi elle buttili restregnemo tutti /
De chi so quilli carzuni che pennu a quella loggia / so dellu sor
che
tè la moglie bella / Bella la moglie più bellu lu maritu / Cristu
dar cielo li manne mparaisu. A questo punto il padrone di casa
apre la porta e fa entrare la comitiva. Se sono ragazzi si offrono dei dolci
classici di questo periodo come le spumette (dolci con nocciole,zucchero e chiara
duovo montata a velo), pappardelle (impasto con noci e uova) e copeta(
con miele e noci tagliate a rombo e contenute dentro due foglie di alloro).
Se adulti, si offre un ricco rinfresco
EPIFANIA
- Alla vigilia
dellEpifania detta anche 'Pasquetta' si ripete lusanza del capodanno,
ma le leccornie che si raccolgono si chiamano Dondole Vecchie. La sera dellEpifania
è detta 'Pasquarella' e la tradizione vuole che gruppi di persone prescelgano
una famiglia alla cui porta cantano una filastrocca dalle bellissime espressioni
poetiche in linguaggio dotto con continui collegamenti allofferta di doni
da parte dei Magi, alla richiesta di ospitalità, al valore del consumare
qualche cosa in buona compagnia: Ecco Signori è giunta la Pasqua
Befania / da tutti veneranda e benedetta sia, / ecco quel dì felice,quel
tempo fortunato, / in cui Gesù Bambino si è manifestionato. /
Tre principi sovrani,partiti dalloriente, / per neve,vento ed astro e
somma rillucente, / tre dì camminando guidati da una stella / giungono
finalmente in rozza capannella. / Adorano prostrati il santo Pargoletto, / adorano
prostrati con singolar rispetto / offrono al Bambinello incenso e mirra e oro,
/ che gaudio che contento,che gioia e che allegria / evviva e sempre evviva
la Pasqua Befania / e viva e sempre viva Gesù e Giuseppe e Maria. / E
come al bimbo i Magi,loffrirono delloro / dateci a noi meschini,
dateci qualche ristoro, / dateci qualche cosa in buona cortesia / evviva e sempre
viva la Pasqua Befania / evviva e sempre viva, Gesù, Giuseppe e Maria
PASQUA
- Oltre alle liturgie
della settimana santa a Petrella si celebra la processione del Cristo Morto,
nella tarda sera del Venerdì Santo, attraverso le viuzze buie, partendo
dalla chiesa di SantAndrea. E preceduta da un uomo (cireneo) incappucciato
e vestito di nero che porta sulle spalle il crocione ornato di tralci duva
e con una catena al piede. Seguono in fila dei ragazzi che portano gli strumenti
della Passione (chiodi, martelli, corona di spine, lancia, veste rossa, spugna,
flagello
).Poi le donne cantano una lauda a due voci le cui parole risalgono
presumibilmente al Medio Evo:Piangi,piangi Maria,povera donna / che
lo figlio è andato alla condanna / non laspettate più che
non ritorna / è andato in casa di Pilato ed Anna / Giuda che lo tradì
non si vergogna / Cristo che era legato alla colonna / era legato da gente tiranna.
/ Sentite il pianto che fa la Madonna, / vieni Giovanni a consolar Maria. /
Giovanni per lamore che ti porto / ditemi se mio figlio è vivo
o morto. / O morto o vivo noi lo troveremo / la strada del Calvario noi la faremo
/ quando saremo alla prima cittane / la butteremo una squillente voce. / Passa
la lancia e la cavalleria / li chiodi e le martelle preparati / poi passa Cristo
e dice:-Madre addio / io vado a morte e voi pazienza abbiate. / Figlio ti raccomando
i peccatori / perché il Padre eterno così vuole / se di qualcuno
ti fossi scordato / ditegli che Gesù è andato a morte. / La bella
faccia che mi consolava / di pena tramutata e di dolore / e quella bocca tanto
ben parlava / chi tellha chiusa che non parla piune? / Non sono quelli
i piedi che lavava / in casa di Simone Maddalena. / Cristo morì di pena
e di dolore / per darci la sua santa benedizione .
>>> (pagina successiva)
CICLO
AGRARIO - "Numerose ricorrenze allietano il territorio lungo
l'intero arco dell'anno: per conoscere le date esatte in cui esse si svolgono,
anno per anno, contattare la pro loco presso la sede del comune di Petrella
Salto (0746/521021), altre informazioni presso
il consorzio di promozione turistica e prodotti tipici della provincia di Rieti
"Promorieti" (0746/485967).
CARNEVALE
- Per il Carnevale
si usa mascherarsi in varie fogge, imitando soprattutto i secoli passati e girando
per le case con uno spiedo e un cesto. Nello spiedo le persone divertite infilano
salsicce, nel cesto mettono le uova. In passato si usava bruciare un bamboccio
piangendo per la morte del Carnevale, una tradizione quest'ultima che si riscontra
nelle tradizioni di numerose altre località e che probabilmente risale
a forme rituali precristiane, in cui il motivo della morte-resurrezione simboleggiava
un passaggio stagionale; durante il medioevo si sviluppa il motivo del contrasto
fra Carnevale e Quaresima, celebrato ancora oggi in molte regioni della penisola
con strofe in ottava rima pronunciate da esperti improvvisatori: il significato
è ovunque il medesimo, in seguito agli eccessi e ai banchetti del periodo
di festa seguono il rigore e l'astinenza pre-pasquali, da ciò l'idea
che il Carnevale sia stato in qualche modo 'ucciso' dalla Quaresima: la sua
morte trova un riscontro liturgico nel rito cristisano delle ceneri cosparse
sul capo.
Procede
il celebrante, quindi la statua del Cristo morto, seguita dalle Maddalene, tre
ragazze con i capelli lunghi sciolti e pettinati in avanti per non vedere, condotte
da altre ragazze sotto braccio, tutte vestite di nero.Quella al centro porta
in mano un drappo di lino bianco ricamato, su cui è raffigurato il Volto
di Gesù, segue la statua dellAddolorata seguita dagli uomini.Rientrata
la processione un tempo le donne facevano le trascinelle percorrendo
in ginocchio la chiesa dallingresso allaltare. La mattina di Pasqua
si mangiano luovo e la pizza benedetta.